— Chiasso del Buco —

Ubicazione

Il Chiasso del Buco va attualmente da via Lambertesca a Piazza dei Saltarelli e da Piazza dei Salterelli al Chiasso dei Baroncelli. Il tracciato originario, sconvolto dalle distruzioni della Seconda guerra mondiale e dalle successive ricostruzioni, aveva in più uno sbocco in Via Vacchereccia (dov’è poi sorto il Chiasso degli Armagnati) e non aveva uno sbocco nel Chiasso dei Baroncelli.

Definizioni

Chiasso

Il chiasso è un vicolo, caratterizzato generalmente per essere angusto e buio. La parola deriva dal lat. clāsse(m) (nom. clăssis, nome femminile), ‘divisione della popolazione’, poi ‘classe, gruppo, categoria, ecc.’, e già nel XIII secolo era passata a indicare, con cambio di declinazione e di genere e sviluppo semantico, una ‘sezione di abitato’ o ‘vicolo’. La prima attestazione nota di chiasso in tale significato (nel latino medievale di Lucca del 769 si legge classus) è nella Cronica del Villani, composta entro il 1348, in cui si fa riferimento a un chiasso del centro storico fiorentino, che si trovava in prossimità della Casa del Garbo, dietro a Palazzo Vecchio: «Volgendosi nel Garbo al chiasso che parte [‘divide’] le case de’ Sacchetti».

Tra le prime attestazioni illustri di chiasso vi è quella di Boccaccio, nel Decameron, che usa la parola al diminutivo, con il suffisso -etto, a cui nell’Ottocento sarà preferito -(u)olo: chiassuolo, o chiassolo ‘viuzza’. L’occorrenza boccacciana è nella celebre novella di Andreuccio da Perugia, il quale, giunto a Napoli e raggirato da un’astuta prostituta siciliana, si trova a dimorare di notte nell’albergo di lei. Dovendo «diporre il superfluo peso del ventre», per inganno di un fanciullo si addentra, attraverso un uscio collocato in un angolo della stanza, in una via stretta, di quelle che comunemente servivano da latrina. Quel posto è così descritto da Boccaccio: «Egli era in un chiassetto stretto, come spesso tra due case veggiamo: sopra due travicelli, tra l’una casa e l’altra posti, alcune tavole eran confitte e il luogo da seder posto […]» (Decameron, II, 5, 39). Capovolgendosi, tuttavia, la tavola su cui Andreuccio aveva posto il piede, questi cade e si insozza completamente della «bruttura» di cui il luogo era pieno.

Da quel primo significato, la parola chiasso è passata a indicare per metonimia un ‘postribolo’, per la frequente collocazione delle case di piacere nei vicoli chiusi, ricorrendo in modi di dire quali andare in chiasso, ossia, figuratamente, ‘andare in perdizione, in malora’. Un primo impiego della parola in tale accezione è rintracciato nel Quattrocento, nei Sonetti di Luigi Pulci («E trovera’ti all’una e mezzo in chiasso»), e ha diverse attestazioni letterarie successive in rimatori, commediografi e autori del rusticismo fiorentino, fra cui Lorenzo Lippi, autore del Malmantile racquistato. In un’annotazione al poema lippiano, Anton Maria Salvini spiega, appunto, che «Chiasso, nel proprio, è via stretta, vicolo […] E perché in queste straducole abitavano talvolta donne di malaffare, chiasso […] venne a significare postribolo».

Da quest’ultimo significato, a partire dagli ultimi decenni del Cinquecento, chiasso ha assunto anche il senso di ‘strepito, fracasso’ (da cui i derivati chiassata, chiassone, chiassosità, chiassoso), secondo la stessa evoluzione semantica di bordello e casino (in questo senso, chiasso si trova impiegato per la prima volta nel 1572, nelle lettere di Filippo Sassetti), ma l’etimologia della parola non è stata ancora del tutto chiarita.

Chiasso del Buco - Veduta del Chiasso del Buco © Wikipedia

Buco

Il sost. masch. buco è formazione italiana di origine romanza e deriva molto probabilmente dal lat. tardo būca(m) (variante del nome femminile bŭcca[m] ‘guancia’, ormai passato a significare ‘bocca’ invece di os oris) ‘cavità, apertura, naturale o artificiale, più profonda che estesa, nel suolo o in altra superficie’, secondo il principio largamente applicato nel lessico italiano, per cui il maschile rappresenta un oggetto di dimensioni minori rispetto al femminile (come, ad esempio, fosso da fossa). Tuttavia, come per chiasso, la cui origine, come si è detto, non è del tutto certa, così anche per buco sono state avanzate spiegazioni etimologiche diverse. In ogni caso, una delle prime attestazioni di buco come ‘cavità che si apre nel terreno, dotata di un’apertura superficiale tondeggiante, e di piccole dimensioni rispetto a ciò che la circonda’, è in Dante, che nell’Inferno, XXXII, 1-5, usa il sintagma «tristo buco» per riferirsi al pozzo dei Giganti, il quale separa l’ottavo e il nono cerchio: «S’ïo avessi le rime aspre e chiocce, / come si converrebbe al tristo buco / sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce, / io premerei di mio concetto il suco / più pienamente […]».

Chiasso del Buco

Nel caso dell’odonimo in questione, la denominazione di Buco ha un’antica origine e deriva probabilmente dalla presenza, in quella strada, almeno dagli inizi del Quattrocento ai primi dell’Ottocento, di una cella o taverna, detta Osteria del Buco, forse proprio per la sua piccolezza e oscurità. Quella strada, infatti, era chiamata un tempo Chiasso che va alla Cella del Buco.

Di una «taverna del Buco», situata in quel chiasso, di fronte a una bottega di oreficeria, parla il cronachista Benedetto Dei nel suo inventario Firenze la bella, del 1470. Ma già dai libri del catasto di Firenze del 1427 (Gonfalone del Carro), sappiamo che esistevano, nel centro storico cittadino, ben due osterie che portavano il nome di Buco, l’una di Antonio di Gerardo e l’altra di Piero di Frosino e quest’ultima corrisponde alla nostra: «Antonio di Gerardo oste e cuoco al Buco vi ha due botteghe ad uso di taverna e cella: una è di Luca di Fero, e ne paga 15 Fiorini all’anno, l’altra è di Tommaso Ciacchi, e ne paga 6 fiorini. / Piero di Frosino cuoco al Buco ha a pigione una cella della parte guelfa a confine coi Saltarelli». I Saltarelli (o Salterelli), da cui ha preso il nome la piazza a cui si accede dal Chiasso del Buco, erano un’antica e potente famiglia fiorentina, che aveva palazzi e case in Via Por Santa Maria e in Via Vacchereccia, corrispondenti anche nel Chiasso del Buco, ed essi furono proprietari della torre, scapezzata e in parte dovuta ricostruire dopo le distruzioni dell’agosto 1944, che tuttora si erge nella piazzetta a metà del vicolo. Oltre ai Salterelli, possedevano case corrispondenti nel Chiasso del Buco anche i Ciacchi e i Gherardini. Nello stesso chiasso ebbe abitazioni anche la famiglia dei del Buco, che forse prese il nome proprio dall’antica osteria. Agli inizi dell’Ottocento l’osteria cessò probabilmente la sua attività. L’ultimo riferimento di cui si è a conoscenza è, infatti, negli Scherzi Comici dell’abate Zannoni, atto II, scena 3, dove a parlare è Liberata, rivolta a Caterina: «I’ ti posso menare all’osteria de’ Lanzi o dibBuco, ivvenerdie, cand’ e’ v’è fattori». Sebbene oggi quell’osteria non esista più, il Chiasso ha mantenuto finora la denominazione originaria.

Con deliberazione della Giunta del 16 dicembre 2003, la strada è stata accorciata e si estende attualmente da Via Lambertesca a Piazza dei Salterelli e da Piazza dei Salterelli al Chiasso dei Baroncelli.

Immagini

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Bibliografia

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DELI = Manlio Cortelazzo, Paolo Zolli, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, nuova edizione in volume unico, con il titolo Il nuovo etimologico, a cura di Manlio Cortelazzo e Michele A. Cortelazzo, Bologna, Zanichelli, 1999.

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VELI = Alberto Nocentini, Vocabolario etimologico della lingua italiana, con la collaborazione di Alessandro Parenti, Firenze, Le Monnier, 2026.

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Zannoni 1819 = Giovanni Battista Zannoni, Saggio di scherzi comici, Firenze, nella Stamperia del Giglio.