— Via del Campo d'Arrigo —
Ubicazione
La strada si estende per un lungo tratto dal Viale Edmondo De Amicis a Via del Pratellino, nella zona di Campo di Marte.
Definizioni
Campo
Il sost. masch. campo (dal lat. cămpu[m] ‘campo, pianura’) è attestato dall’inizio del XIII secolo in area settentrionale, con il significato di ‘porzione di terreno destinato a coltura’, poi specializzato in ‘campo per le esercitazioni militari; luogo di combattimento’, ma anche ‘accampamento’ e, quindi, ‘piazza’. In quest’ultima accezione e con specifico riferimento alla piazza del mercato di Siena, occupante l’antico Campo Marzio, il sostantivo è attestato nel Purgatorio dantesco. Tra i penitenti della I Cornice vi è l’anima di Provenzan Salvani, peccatore superbo che, tuttavia, – spiega a Dante Oderisi da Gubbio – seppe umiliarsi davanti ai suoi concittadini mendicando in piazza del Campo, a Siena, e ottenne così di non sostare nell’Antipurgatorio: «“Quando vivea più glorïoso”, disse, / “liberamente nel Campo di Siena, / ogne vergogna diposta, s’affisse […]”» (Purgatorio, XI, 133-135).
Arrigo (VII)
Arrigo è variante toscana di Enrico, nome proprio di persona derivante, attraverso il lat. Henricus (e Arrigus), dal germanico Haimirick o Heimirich (composto di haimi o heim ‘casa; patria’ e rickja o rich ‘potente, dominante; anche: re’), ossia ‘potente in patria’.
Particolarmente diffuso nel Medioevo, il nome Arrigo si è affermato per il prestigio di vari re e imperatori germanici, tra i quali Arrigo (o Enrico) VII di Lussemburgo, esaltato in particolar modo da Dante, che in lui riponeva la speranza di vedere ristabilito l’ordine in Italia, attraverso immagini messianiche quali l’«aurora» che riduce le tenebre, il «sole» della giustizia, lo «sposo», la «valle feconda in cui germoglia la pace» (Epistole, V).
Via del Campo d'Arrigo
La strada, la cui origine risale alla fine dell’Ottocento, prende il nome dall’accampamento dell’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, sceso in Italia nel 1310 su invito del Papa Clemente V (il «Guasco» che lo avrebbe ingannato, causandone indirettamente la sconfitta), per ristabilire pace e giustizia e porre fine alle contese fra Guelfi e Ghibellini. Dante nomina «l’alto Arrigo» nel Paradiso, una prima volta quando Cacciaguida profetizza l’esilio al poeta e la protezione sotto il virtuoso signore di Verona, Cangrande della Scala (XVII, 82-84: «[…] ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni, / parran faville de la sua virtute / in non curar d’argento né d’affanni»). Più avanti, è Beatrice a profetizzare la scesa in Italia dell’imperatore Arrigo VII, nel tentativo di ricondurre sotto l’autorità imperiale il paese, tuttavia non ancora pronto a riceverlo. Condotto il poeta al centro della candida rosa dei beati, la donna gli spiega che il seggio vuoto sui cui è posta una corona è quello in cui siederà, prima della morte di Dante stesso, l’anima dell’imperatore Arrigo (XXX, 134-138: «E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni / per la corona che già v’è sù posta, / prima che tu a queste nozze ceni, / sederà l’alma, che fia giù agosta, / de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia / verrà in prima ch’ella sia disposta»). Secondo certa interpretazione, è forse ad Arrigo VII che si riferiscono la profezia del «veltro», nel primo canto dell’Inferno (v. 101), e quella del misterioso «cinquecento diece e cinque, / messo di Dio», di cui si parla nel Purgatorio (XXXIII, 42-43).
L’imperatore, avversato dal partito guelfo e specialmente dalla Repubblica fiorentina, non riuscì nella sua impresa. Giunto, infatti, a Firenze, dopo la sconfitta in Lombardia, pose il campo nella zona di San Salvi, senza però cingere la città (allora in mano ai Guelfi neri) di un vero proprio assedio, tanto che i fiorentini, come ricorda Villani nella Cronica (IX, 47), «andavano disarmati, e teneano aperte tutte l’altre porte, fuori che da quella parte; e entrava e usciva la mercatanzia, come se non v’avesse guerra». Poco oltre, Villani racconta che il conte di Savoia riferì all’abate di San Salvi che un astrologo aveva pronosticato che l’imperatore Arrigo VII sarebbe giunto in capo al mondo: «Stando ancora a San Salvi, ragionando il conte di Savoia con l’abate e certi monaci di là entro, come lo ’mperadore avea da’ suoi astrolaghi, overo per altre revelazioni, che dovea conquistare infino in capo del mondo, l’abate ridendo disse: “Compiuta è la profezia, che qui presso dove voi dominate, ha una via senza uscita, che si chiama Capo di mondo”». La reminiscenza letteraria di questa stradella non lontana da San Salvi, unitamente al nome di un podere già esistente nei pressi (detto, appunto, Capo di Mondo), spiega l’origine onomastica dell’attuale Via Capo di Mondo, situata nella medesima zona di Campo di Marte, al di là della ferrovia.
Di lì a poco, Arrigo VII diede ordine di levare il campo e la notte di Ognissanti del 1312 si ritirò con l’esercito presso Santa Margherita a Montici (verso Pian dei Giullari). L’imperatore vagò qualche mese per la Toscana, finché, colto da febbri malariche, morì a Buonconvento (in provincia di Siena), il 24 agosto 1313.
La strada in questione è stata tracciata e intitolata «Via del Campo d’Arrigo» con una delibera della Giunta del 28 ottobre 1879, e procedeva allora da Via del Pallone a Via Filarocca, nella menzionata zona di Campo di Marte (quest’ultima attestata dal 1853 e calco della locuzione fr. champ de Mars, dal lat. campus Martĭus ‘luogo dell’antica Roma destinato agli esercizi ginnici’). L’estensione attuale della strada, da Viale De Amicis a Via del Pratellino, è documentata dal 1913. Con una successiva delibera della Giunta, del 2 ottobre 1984, è stato accorciato un tratto della via, corrispondente all’attuale Largo Achille Gennarelli.
Nell’uso comune la denominazione della strada è diffusa anche nella forma ellittica “Via Campo d’Arrigo” (senza preposizione).
Bibliografia
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Bargellini-Guarnieri 1985 = Le strade di Firenze, a cura di Piero Bargellini e Ennio Guarnieri, seconda edizione, voll. I-VII, Firenze, Bonechi, I: 208-209.
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Villani/Porta 1990-1991 = Giovanni Villani, Nuova cronica, a cura di Giuseppe Porta, voll. I-III, Parma, Guanda, II.