— Via dei Leoni —
Ubicazione
La strada va da Via della Ninna a Piazza San Firenze, nella zona di Palazzo Vecchio, e interseca Via del Corno e Via Vinegia (https://doi.org/10.35948/CRU-StraFI/4911).
Definizioni
Leone
Il sost. sing. masch. leone (dal lat. leōnem, accusativo di leo, antico prestito del gr. λέων) è parola attestata fin dal XIII secolo, in Uguccione da Lodi, per indicare il noto felino tipico delle boscaglie africane. L’animale, sacro a Marte, era simbolo del popolo di Firenze, che si riconosceva nel suo Marzocco, il leone rampante che regge con la zampa destra lo scudo gigliato (da Marte, attraverso l’agg. mārtiu[m], con aggiunta del suff. -occo).
Via dei Leoni
La strada, tracciata anticamente nella prima cerchia di mura, lungo il fossato detto di Scheraggio (o Schiaraggio, in cui scorrevano le acque reflue), prende il nome dal luogo dietro Piazza della Signoria, dove tra il Trecento e il Cinquecento si custodivano i leoni, importati dall’Africa settentrionale già in epoca crociata.
L’emblema leonino, di antichissima origine e diffuso fin dal medioevo in molti stemmi araldici, fu scelto nel XII secolo come uno dei simboli di Firenze (insieme al giglio), in quanto segno di forza e indipendenza. Ne sono una testimonianza i tanti leoni, scolpiti o dipinti, di cui è piena la città e che, soprattutto durante la Repubblica fiorentina, furono collocati nei principali luoghi pubblici, specialmente alle cantonate del Palazzo della Signoria.
Per queste sue caratteristiche simboliche, il leone fu ripreso dai Guelfi e associato alla loro insegna (il giglio d’oro della monarchia francese), in contrapposizione all’aquila, lo stemma imperiale di cui i Ghibellini si erano appropriati indebitamente, secondo Dante, per i loro fini politici. Nel canto VI del Paradiso, l’imperatore Giustiniano condanna entrambe le fazioni per il loro cattivo operato nei confronti dell’Impero, e la sconfitta dei Guelfi da parte dei Ghibellini è ricordata dall’imperatore proprio attraverso l’immagine metaforica del leone: «L’uno al pubblico segno i gigli gialli / oppone, e l’altro appropria quello a parte, / sì ch’è forte a veder chi più si falli. // Faccian li Ghibellin, faccian lor arte / sott’altro segno; ché mal segue quello / sempre chi la giustizia e lui diparte; // e non l’abbatta esto Carlo novello / coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli / ch’a più alto leon trasser lo vello» (Paradiso, VI, vv. 100-108).
La tradizione medievale riporta che, nel Duecento, fu presentato al Comune (probabilmente dalla Parte Guelfa) un leone vivo in una gabbia di legno, posta in Piazza di San Giovanni, davanti alla Torre del Guardamorto (dove oggi sorge la Loggia del Bigallo), a rappresentare l’indipendenza di Firenze. Quel «bellissimo e forte leone» fu protagonista di un episodio che spaventò tutta la città e che è raccontato da Giovanni Villani, nella Cronica (VII, 69): «Avenne che per mala guardia di quelli che ’l custodiva uscì il detto leone della sua stia correndo per la terra, onde tutta la città fu commossa di paura. Capitò in Orto Sammichele, e quivi prese uno fanciullo e tenealsi tra le branche. Udendolo la madre che non avea più, e questo fanciullo le rimase in ventre quando il padre gli fu morto, come disperata, con grande pianto scapigliata corse contra il leone, e trassegli il fanciullo tralle branche; e’ leone nullo male fece né a la donna né al fanciullo se non che gli guatò, e ristettesi. Fu questione qual caso fosse, o la gentilezza della natura del leone, o la fortuna riserbasse la vita del detto fanciullo perché poi facesse la vendetta del padre, com’elli fece, e fu poi chiamato Orlanduccio del leone di Calfette». In realtà, Orlanduccio non si vendicò e, anzi, fu adottato dalla Signoria e si comportò da buon cittadino, divenendo il capostipite della famiglia Leoni.
Si racconta anche che, quando, nel Trecento, la gabbia con i leoni di Piazza di San Giovanni fu trasferita nei pressi di San Pietro in Scheraggio (nella zona oggi occupata dagli Uffizi), uno degli Anziani avrebbe raccolto un cancello della «chiusa del leone», fuori uso, e lo avrebbe fatto portare in una sua villa, suscitando scandalo tra i rettori della città, che avrebbero perciò condannato il loro collega alla multa di mille lire, per appropriazione indebita.
Il trasferimento della gabbia a San Pietro Scheraggio avrebbe dato occasione anche a un altro clamoroso episodio, che diffuse la credenza che la nascita di un leone fosse da considerarsi di buon auspicio per il Comune fiorentino. Si riteneva, infatti, secondo l’autorità di antichi scrittori, che i leoni in cattività non si riproducessero. Invece, come racconta ancora Giovanni Villani nelle Istorie fiorentine (X, 185): «Nel detto anno [1331] addì venticinque luglio il dì di Santo Jacopo apostolo nacquero in Firenze due leoncini del leone e leonessa del comune, che stavano in istia incontro a Santo Piero Scheraggio; e vivettono e fecionsi poi grandi; e nacquero vivi e non morti, come dicono li autori nelli libri della natura delle bestie, e noi ne rendiamo testimonianza, che con più altri cittadini li viddi nascere, e incontanente andare e poppare la leonessa; e fue tenuta grande meraviglia, che di qua da mare nascessero leoni, che vivessero, e non si ricorda a’ nostri tempi. Dissesi per molti, ch’era segno di buona fortuna e prospera per lo comune di Firenze».
Dopo l’edificazione del Palazzo dei Priori (oggi Palazzo Vecchio), i leoni, non più rinchiusi in una gabbia di legno, furono ospitati in una grande costruzione in muratura, nell’odierna strada che da lì ha preso il nome. La presenza di quel serraglio è ricordata da Goro Dati nell’Istoria di Firenze, agli inizi del Quattrocento: «Detro al palazzo della Signoria […] è una gran casa con gran cortile, dove stanno assai leoni, che figliano quasi ogni anno e ora quando mi partii ve ne lasciai ventiquattro, tra maschi e femmine». Poiché il serraglio richiedeva manutenzione e cura notevoli, fu nominato un custode, il quale, anche per il valore emblematico di quegli animali, doveva possedere alcune peculiari condizioni per poter esercitare l’ufficio: avere nobili natali, pagare da trent’anni le «gravezze» (le tasse), essere «specchiato», cioè iscritto nello «specchio» di persone oneste e onorate, dunque godere di un’ottima fama, e, inoltre, portare la barba, che era ritenuta simbolo di serietà e d’autorità. In realtà, in epoca repubblicana i cittadini si rasavano il mento, secondo il costume dell’antica Roma. Solo l’arrivo dei francesi prima e dei tedeschi poi introdusse anche a Firenze l’uso della barba, che cominciò quindi a essere segno di potere (ed è da qui che si diffusero probabilmente le locuzioni con la barba ‘di valore’, barba d’uomo ‘uomo di qualità’ e in barba di qualcuno ‘a suo dispetto, nonostante il suo divieto o diniego’).
Quando, a metà del Cinquecento, Cosimo I entrò in Palazzo della Signoria, ordinando a Giorgio Vasari di ampliarlo dalla parte posteriore, le mura del serraglio vennero incorporate nell’edificio e i leoni furono spostati nei pressi di Piazza San Marco (dove ora si trovano il Rettorato dell’Università di Firenze e l’Istituto Geografico Militare), rimanendovi fino a quando, intorno al 1777, il Granduca Leopoldo II decise di abolire il serraglio.
Si parlò allora di «Lioni vecchi» per indicare la strada che procedeva «dal canto della piazza del Grano venendo a San Firenzo [sic]» (Deliberatione 1550, n. 23). Tale denominazione era ancora corrente alla fine del Seicento (nella Pianta della città di Firenze del 1690, la strada ha il nome di «Via del Leon vechio») e fu conservata fino ai primi decenni del secolo successivo, quando venne sostituita con «Via de’ Lioni» e poi «Via de’ Leoni». Nell’Elenco generale delle strade e piazze del 1870 la strada è intitolata «Via dei Leoni», nome che porta tutt’oggi (ma nella pronuncia locale è più diffusa la variante “de’ Leoni”).
Bibliografia
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