— Via del Parlagio —

Ubicazione

La strada congiunge Via Vinegia (https://doi.org/10.35948/CRU-StraFI/4911) a Borgo dei Greci, nella zona di Santa Croce.

Definizioni

Parlagio

Il sost. masch. parlagio (o parlascio, che è variante meramente grafica di parlagio, rappresentando la stessa pronuncia [‹parlàˇ∫o›]) è forma toscana che si ricollega a diversi nomi (berolais, berelais, berolasi, berelasi, perelassi, verlasi, vorlasco, e sim., il lat. medievale perilasium, ecc.) con cui si indicavano in Italia, nel medioevo, gli anfiteatri, talvolta i teatri e meno spesso gli edifici antichi rotondi. A Firenze, in particolare, il parlagio (o parlascio) designava l’edificio a forma di anfiteatro, di costruzione romana, anticamente situato presso l’odierna Piazza di Santa Croce.

La più antica attestazione della voce, nella forma latinizzata perelasium, in un documento del 791 proveniente da Rieti, ha portato inizialmente alcuni studiosi a ritenere che alla base di parlagio vi fosse il greco περιλάσιov (probabilmente composto di περί ‘intorno’ e λᾶς ‘pietraia’), oppure un latino regionale (diffuso dalla Campania) *perielasium ‘spazio circolare’, dal gr. περιέλασις, propriamente ‘l’atto di spingere intorno [i carri]’ e poi ‘corsa o spazio circo­lare [per le quadrighe]’.

La distribuzione geografica della voce come toponimo, in diverse forme, nelle regioni dell’Italia longobarda, o anche celtica, gallo-romana, ha indotto altri studiosi – a cominciare dai tedeschi Düntzer e Becker, nella seconda metà dell’Ottocento – a considerare la voce come un adattamento del longobardo *bero-laih, composto di bero ‘orso’ e di un derivato del verbo *leihhan ‘giocare, combattere’, per indicare dunque un luogo per il combattimento degli orsi o in cui si custodiscono gli orsi. L’origine longobarda della voce è stata recentemente confermata da König e Weidenhiller, i quali osservano, in particolare, che i toponimi italiani del tipo berolas(s)i o berolasci sono riconducibili a due forme germanico/longobarde, ossia al tipo Barenlass ‘luogo dove si tengono gli orsi’ e al tipo Barenleich ‘luogo dove gli orsi vengono mostrati’. Anche se l’ipotesi che parlagio (o parlascio) sia un prestito germanico medievale è considerata la più probabile, l’etimologia della parola non sembra ancora del tutto chiarita.

 

Via del Parlagio - Targa di Via del Parlagio © Wikipedia

Via del Parlagio

La Via del Parlagio (detta anche Via del Parlascio) ha il nome del vicino anfiteatro romano, fatto costruire nella prima metà del II secolo d.C. e nei cui sotterranei si custodivano anticamente le fiere per gli spettacoli circensi, prima che quei locali (chiamati burelle) divenissero, nel 1298, una delle carceri fiorentine (vd. Via della Burella: https://doi.org/10.35948/CRU-StraFI/4909).
Nella Firenze medievale, non diversamente da altre città, l’anfiteatro portava il nome latino di Perilasium e quello volgare di Parlagio, con la variante grafica (e ingannevole) di Parlascio. Si potevano distinguere, in particolare, un Perilasium maius (o Perilasium senz’altro), cioè lo spazio circolare maggiore corrispondente all’antico anfiteatro (a forma di E, segnato dall’andamento curvilineo delle attuali Via Torta e Via dei Bentaccordi e della Piazza dei Peruzzi), situato al di fuori delle mura. E un Perilasium minor, lo spazio semicircolare corrispondente al teatro (a W), all’interno delle prime mura romane.
Secondo la tradizione medievale, fondata su un fraintendimento etimologico (probabilmente per influsso o accostamento paretimologico a palagio e a parlagione), Cesare stesso comandò ai suoi che vicino all’Arno «edificassero parlatorio per potere in quello fare suo parlamento, e una sua memoria lasciarlo: questo edificio in nostro volgare avemo chiamato Parlagio. E fu fatto tondo e in volte molto maraviglioso, con piazza in mezzo. E poi si cominciavano gradi da sedere tutto al torno» (Giovanni Villani, Cronica, I, 36).
La denominazione di «Perlascio» per quel luogo è attestata fin dal medioevo, in una donazione del 1018, in cui si offre alla Badia fiorentina un pezzo di terra presso l’orto del monastero e «in loco prope Perlascio». Di poco successiva è l’attestazione del toponimo «Pedelasio», in un documento del 21 maggio 1048 («Insimul vendit et tradit eis […] terram et vineam, pos[itam] in l[oco] Pratale sive in l[oco] Pedelasio»). Varie altre forme, attestate in documenti fiorentini dal medioevo alla prima metà del Trecento, erano diffuse per indicare quel luogo: perilasio, perlascium, perlasium, pierlascio, parlasium, perlasio, piarlagio, pierlasgio, parlagio.
L’anfiteatro era chiamato, come si è detto, Perilasium maius o Perilasium, nome che si trova documentato ancora nelle carte di Santa Maria in Firenze (la Badia), a partire da una donazione del 2 novembre 1031, con cui si concede all’ospedale del monastero una porzione di terra «prope Perilasium Maiorem». Dalla metà del Cinquecento, per designare l’anfiteatro è attestata anche la forma Parlagio, nel discorso Dell’origine della città di Firenze di Vincenzo Borghini.
Di un Perilasio picculo, per indicare il teatro, si fa menzione in una carta del 15 maggio 1069 («Perilasio, quo dicitur picculo iuxta civitate Florentia»), mentre si legge perlascio picculo in un livello, ossia un contratto dell’abate di San Salvi, del 22 aprile 1133 («in civitate Florentia in loco perlascio picculo»).
La strada in questione è invece documentata per la prima volta solo più tardi, in una vertenza del 23 maggio 1209 tra il rettore della basilica di Sant’Apollinare e l’abate della chiesa di Santa Maria a Firenze, per la giurisdizione parrocchiale sulle case che si trovavano da una parte e dall’altra della «via circa Perlasium». Con quel nome si indicavano quindi sia il luogo sia la strada (evidentemente ancora priva di una denominazione propria) che correva attorno a quel luogo. L’intitolazione della via a Parlascio (e poi a Parlagio) è, tuttavia, molto più recente. Un tempo, infatti, una strada parallela al tracciato delle antiche mura congiungeva Via Ghibellina con Via Vinegia (https://doi.org/10.35948/CRU-StraFI/4911). Quando, nel Seicento, fu eretto il grande complesso di San Firenze dei padri Filippini, la strada fu privata della sua parte mediana e rimasero due tronconi. Uno, che andava da Via dell’Anguillara a Via Ghibellina, prese il nome di Via dell’Acqua. L’altro, che procedeva da Borgo dei Greci a Via Vinegia (e corrispondeva appunto all’attuale Via del Parlagio), fu chiamato «Via che va in Vinegia». Questo nome, troppo lungo e generico, fu sostituito con quello di Via delle Serve smarrite, come si può leggere ancora oggi nell’epigrafe collocata sotto la targa stradale. Si ha una prima attestazione di questo curioso odonimo nell’Istoria di Placido Landini, del 1779 (81: «Via delle Serve Smarrite»). Non si conosce però con certezza l’origine di tale denominazione, che una maliziosa ma più probabile interpretazione ricollega alla fama non troppo chiara delle tortuose stradette nate intorno all’anfiteatro, dove un tempo si trovavano i «fornici», ossia gli archi sotterranei a volta, passati poi a indicare i postriboli, per l’usanza delle meretrici di prostituirsi in locali sotterranei coperti a volta (e da cui è derivato il verbo fornicare). Secondo un’altra ricostruzione, invece, in quella via si sarebbe trovata un’agenzia di collocamento e le serve smarrite sarebbero state quindi le ragazze provenienti dal contado, che arrivavano in città nella speranza di prendere servizio in qualche famiglia fiorentina.
Solo nella seconda metà dell’Ottocento, volendo recuperare il riferimento classico, la strada è stata intitolata Via del Parlascio, come si legge nell’Elenco generale delle strade e piazze di Firenze, del 1870.
Il 6 aprile 2004, con una delibera della Giunta comunale, l’intitolazione è stata sostituita con quella attuale di Via del Parlagio. La via termina all’angolo con Borgo dei Greci, dove si ergeva un tempo la Torre dei Magalotti (dal nome dell’antica famiglia fiorentina che vi abitava), di cui sono ancora ben visibili le caratteristiche mensole e travi.

Immagini

Bibliografia

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