— Via dello Studio —
Ubicazione
La strada procede dal Corso a Piazza del Duomo, nel quartiere di San Giovanni.
Definizioni
Studio
Il sost. masch. studio è voce dotta, dal sost. neutro latino stŭdĭum (da stŭdēre ‘studiare’). Dal significato originario di ‘attività intellettuale e mnemonica, volta all’apprendimento e all’assimilazione degli elementi basilari dello scibile secondo le diverse materie e discipline’, studio ha assunto anche il significato concreto di ‘università, secondo la denominazione medievale’ e, per estensione, di ‘istituto di istruzione superiore e specialistica, pubblico o privato’. Una prima attestazione di studio in questo significato si legge, tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, nel volgarizzamento anonimo della Vita di San Petronio, nel passo in cui il vescovo Petronio chiede e ottiene dall’imperatore Teodosio II che Bologna abbia un’università («Piaçave, signore mio, che ella [la città] sia dotada del Studio»). Il sostantivo è quindi usato da Dante nel primo trattato del Convivio, quando parla del naturale desiderio umano di sapere, di cui tuttavia alcuni sono privati per «diverse cagioni», una delle quali è «lo difetto del luogo dove la persona è nata e nutrita, che tal ora sarà da ogni studio non solamente privato, ma da gente studiosa lontano» (I i 4).
Via dello Studio
La via prende il nome dal palazzetto che fu deliberato di costruire qui come sede dello Studio fiorentino, istituito fin dal 1321.
Quella che oggi va sotto il nome di Università, deputata all’insegnamento delle verità universali, uguali per ogni paese e per tutti i tempi, nel Medioevo era detta Studium generale: generale sia nei riguardi dei frequentatori, senza distinzione di nazionalità o di classe, sia nei riguardi delle discipline di insegnamento. Da qui il nome di Studio dato alle scuole di carattere universale, appunto, nate in seno all’unica istituzione che poteva dirsi universale, ossia la Chiesa cattolica. Lo Studio dipendeva quindi dal vescovo, non dalle autorità civili, e gli studenti erano considerati «chierici», uomini intenti alla ricerca delle verità supreme ed eterne, svincolati da ogni ingerenza politica e sottratti alla giurisdizione civile: soltanto il vescovo poteva giudicarli, mediante uno speciale tribunale e per mezzo del rettore, così chiamato perché reggeva, cioè governava, gli studenti con piena potestà giuridica.
Lo Studio fiorentino, fondato nel 1321, fu aperto in occasione della pestilenza, il 6 novembre 1348, nelle case edificate sul terreno dei Tedaldini. Lo riferisce Agostino Lapini nel Diario fiorentino: «Mediante la gran pestilenzia che fu a Firenze, acciò li popoli più frequentassero la città, si creò in Firenze uno studio pubblico di ciascuna scienza: et acciò furono deputati ufiziali che feciono edificare un bello luogo atto acciò, in su certi casolari de’ Tedaldini nella via che perciò si chiama dello Studio». Il diarista riferisce anche che i salari dei dottori e ogni altra spesa erano sostenuti dal Comune, mentre i «privilegi» erano concessi dal papa. Gli ambasciatori fiorentini giunsero da Clemente VI, ad Avignone, nel 1349. Il cronista Matteo Villani narra, al proposito, che il papa, con i suoi cardinali, «ricevuta graziosamente la domanda del nostro comune, e considerando che la città di Firenze era braccio destro in favore di santa Chiesa, e copiosa d’ogni arte e mestiere […], concedettono al nostro comune privilegio, che nella città di Firenze si potesse dottorare, e ammaestrare in teologia, e in tutte l’altre facultadi delle scienze generalmente» (I, 8). Il privilegio papale fu concesso il 31 maggio 1349.
Così, dopo Parigi, Bologna e alcune altre città, anche Firenze ebbe il suo Studio, che nel 1364 Carlo VI dichiarò Università Imperiale. Nel 1351 vi fu invitato Francesco Petrarca, che però non accettò. Nel 1358, dopo qualche anno di magistero a Perugia e a Pisa, passò allo Studio fiorentino il giurista Baldo degli Ubaldi e vi rimase fino al 1364. Vi presero poi parte diversi umanisti, come Guarino Veronese, Giovanni Domenico Aurispa, Francesco Filelfo e ancora Cristoforo Landino, Carlo Marsuppini, Agnolo Poliziano e, per la facoltà teologica, Leonardo Dati. Allora l’istituto contava 42 maestri e 400 studenti, tuttavia non sempre esemplari: sono noti i canti sguaiati e le avventure dei clerici vagantes, gli studenti girovaghi, chiamati anche «goliardi», dal nome del protervo gigante Golia. Uno dei cancellieri dello Studio, l’arcivescovo Sant’Antonino (del quale è collocato un busto, sulla porta della Torre dei Pierozzi, al civico 25r della via), nella sua Summa moralis disapprovò la condotta sregolata di quegli studenti, che andava a discapito della moralità e dell’insegnamento, e non risparmiò nella critica neppure i maestri, che, insieme al rettore, venivano eletti dagli stessi chierici. Si arrivò a un tal punto che Lorenzo de’ Medici ritenne opportuno allontanare da Firenze quello che in un primo momento fu reputato un «onore virtuoso». Con la motivazione ufficiale che a Firenze vi era «gran carestia di case», ma invece abbondanza di «dilecti et piaceri […] che agli studi al tutto sono contrari», affidò a «savi uomini» il problema del trasferimento dello Studio. La scelta ricadde su Pisa, «la quale pel sito d’essa comodissimo per via di mare a tutti e’ forestieri che frequentano gli studi, et per la abundanzia delle cose necessarie al vitto e per larghezza e copia di abitazioni, attissima da ciascuno et comodissima è reputata». Così, nel 1473, lo Studio fiorentino fu riunito con quello pisano.
Gli antichi locali di Via dello Studio passarono successivamente alle Scuole Pie dei padri Scolopi e nel 1784 furono destinati al Collegio Eugeniano, fondato da Papa Eugenio IV nel 1435 per i chierici del Duomo e operante fino al 1912. Sulla facciata del palazzo, un’iscrizione, in gran parte perduta, ricordava la destinazione dell’edificio a sede della facoltà di teologia: «Ad veteres Studii Florentini aedes Eugenianum Collegium translatum Anno Domini MDCCLXXIV». Al di sopra dell’iscrizione vi erano, in successione, quattro stemmi affrescati: la Croce del popolo, il Giglio del Comune, la Parte guelfa e l’emblema del Capitolo fiorentino raffigurante lo Spirito Santo, l’unico rimasto visibile. In basso, sulla chiave del portale, era collocato lo stemma in pietra dei Medici, mentre più in alto (e si può ancora vedere) quello dell’Opera del Duomo (con le lettere OPA).
Solo con la partenza dell’ultimo granduca, il Governo provvisorio della Toscana, per iniziativa del marchese Cosimo Ridolfi, volle ridare a Firenze una scuola degna della sua tradizione culturale. Perciò fu fondato nel 1860 l’Istituto superiore di perfezionamento, con quattro sole facoltà (medicina, fisica, filosofia e lettere, giurisprudenza). Settant’anni dopo, l’Università fiorentina fu ricostituita con quasi tutte le facoltà, nelle scuderie medicee di Piazza San Marco.
Oggi il palazzetto dove sorgeva l’antico Studio è di proprietà dell’Opera di Santa Maria del Fiore.
La prima attestazione di «Via dello Studio» risale alla metà del Cinquecento e si legge nella Deliberatione del Duca di Firenze, del 13 febbraio 1550.
Anticamente, prima dell’edificazione dello Studio fiorentino, nel tratto da Piazza del Duomo a Via dell’Oche la strada era denominata «Via del Transito»; oltre, si chiamava invece «Via de’ Tedaldini», per le case che vi sorgevano, quasi tutte di proprietà dell’antica famiglia ghibellina, e cominciando dall’antica Porta di Balla e passando dietro Santa Reparata, per Via del Transito, metteva al Corso. Peraltro, dove si trovavano le botteghe dei marmisti dell’Opera vi era e vi è tuttora la Piazza di San Benedetto (dal nome dell’antica chiesa dedicata al padre del monachesimo occidentale), a cui si accede da Piazza delle Pallottole e da Via dei Bonizzi.
Dal 1550 a oggi la strada ha mantenuto l’intitolazione di «Via dello Studio».
Bibliografia
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